Archeologia e storia

La frequentazione protostorica

 

Le prime notizie sicure circa una presenza umana sulla Vena del Gesso risalgono all'età protostorica, e si tratta in gran parte di testimonianze legate alla sfera funeraria-religiosa, e solo raramente di tipo abitativo. In questo periodo è largamente attestata una frequentazione di diverse cavità naturali: si tratta solitamente di grotte di facile accesso, di norma “fossili”, vale a dire da tempo non più interessate da circolazione idrica carsica.

 

La frequentazione della Grotta del Re Tiberio comincia nel corso dell’Eneolitico, e sin da questa fase appare connotata in senso funerario: non lasciano dubbi al riguardo le sepolture riferibili a tale epoca e frammenti fittili relativi ad ollette, facenti probabilmente parte di corredi (fine IV millennio a.C.-metà del III millennio a.C.). La destinazione funeraria della cavità prosegue per il Bronzo antico (2300-1700 a.C. circa), mentre per il Bronzo medio, recente e finale la frequentazione si fa più sporadica e di difficile interpretazione. Con l’età del Ferro e con l’arrivo in Romagna di popolazioni etnicamente riconducibili agli Umbri, a partire dal VI secolo a.C. si assiste invece ad un cambio d’uso della grotta, ora utilizzata per culti religiosi legati verosimilmente alle acque: tale ipotesi è supportata dal rinvenimenti di diversi bronzetti antropomorfi e di oltre 600 vasetti miniaturistici (pochi cm di diametro), che dovevano contenere offerte per la divinità (ocra, ma anche oggetti metallici) ed essere deposti in fessure della parete gessosa. È forse riconducibile a questa fase anche la realizzazione delle nicchie visibili presso l’ingresso, funzionali alla raccolta di acque di stillicidio da utilizzare poi per fini rituali.

Grotta del Re Tiberio. Scodella appartenente all'età del Ferro.

Grotta del Re Tiberio. Kylix ad anse non ripiegate (età del Ferro).

Grotta del Re Tiberio. Piattello con graffito a "ramo secco" (età del Ferro) Tiberio.

Anche per quanto riguarda la Tanaccia, risorgente carsica fossile posta ad alcuni chilometri a nord-ovest dell’abitato di Brisighella, è provato un utilizzo della cavità per scopi sepolcrali tra tardo Eneolitico e Bronzo antico, documentato dal rinvenimento di inumazioni con relativo corredo (tazzine con ansa a gomito deposte in posizione capovolta).

Dopo un consistente iato corrispondente al Bronzo medio, recente e finale la Tanaccia fu forse oggetto di una frequentazione cultuale durante l’età del Ferro, attestata da alcuni vasetti miniaturistici.

 

Una terza cavità particolarmente importante è costituita dalla Grotta dei Banditi, ubicata a nord-ovest di Monte Mauro. La sua specificità consiste, a differenza dei due casi precedenti, in un suo utilizzo abitativo nel corso del Bronzo antico, documentato da resti di focolari e di pasti. Il motivo alla base del differente uso della caverna da parte delle genti protostoriche può essere riconducibile alla sua ubicazione in parete (dunque facilmente difendibile in caso di pericolo) e alla sua favorevole esposizione a sud.

La Tanaccia. Tazzine globulari risalenti al Bronzo antico.

Grotta dei banditi. Grande scodellone e vaso a collo cilindrico risalenti al bronzo antico.

La frequentazione in età romana

 

In età antica il popolamento umano sulla Vena del Gesso subisce un marcato ridimensionamento. Fin dai primi anni della colonizzazione della Cispadana (III-II secolo a. C.), i Romani privilegiano infatti le fertili terre della Pianura Padana, sino ad allora praticamente vergini dal punto di vista agricolo, insediandosi preferenzialmente nell’alta pianura, a monte della linea delle risorgive. In questo periodo le aree collinari e montane, a causa del carattere spiccatamente urbano della civiltà romana, dell’assenza di necessità difensive e della relativa distanza dalla via Aemilia, aperta nel 187 a.C. e principale asse viario di quella che in età augustea sarà organizzata nella Regio VIII, subiscono invece una marginalizzazione più o meno accentuata a seconda dei casi. Nella Vena del Gesso, la scarsa vocazione agricola e le aspre morfologie limitarono fortemente gli insediamenti rurali, al punto che ad oggi sui gessi romagnoli è noto in pratica un solo sito rustico di età romana, individuato presso Ca’ Carnè ed oggetto di indagini archeologiche negli ultimi anni.

 

Se in età antica la Vena fu scarsamente insediata, in continuità con l’età del Ferro proseguì invece una frequentazione cultuale di alcune sue cavità naturali: nel caso della Grotta del Re Tiberio, il rinvenimento di frammenti ceramici relativi a patere, coppette e vasi potori, databili tra il II secolo a.C. e il III-IV d.C. e interpretabili come contenitori di offerte o manufatti funzionali ai riti, fanno ritenere che per quasi tutta l’età romana sia continuato un uso a fini religiosi della caverna.

Un cenno a parte merita l'estrazione del Lapis specularis, varietà di gesso secondario particolarmente trasparente, utilizzato, soprattutto in epoca romana, quale sostituto del vetro. A partire dal novembre 2000 sono state individuate, soprattutto nei pressi di Monte Mauro, diverse cave (tra le quali da segnalare la Grotta della Lucerna e la Grotta presso Ca' Toresina) in cui si è praticata in età romana l’estrazione del gesso speculare: quelle nella Vena del Gesso Romagnola sono le prime mai scoperte in Italia (www.lapisspecularis.it).

Gesso secondario nella Grotta Risorgente del Rio Basino.

Piccole lastre di lapis specularis parzialmente sagomate provenienti dalla Grotta presso Ca' Toresina (Gessi di Monte Mauro).

L’Alto Medioevo

 

Nell’Alto Medioevo, tra VI ed VIII secolo d.C., la Vena del Gesso tornò ad essere di un certo interesse per l’uomo proprio grazie a quelle caratteristiche ambientali e morfologiche che in età romana lo avevano relegato ad una situazione di marginalità. In quell’epoca il massiccio di Monte Mauro (l’area centrale e più impervia della Vena del Gesso) divenne verosimilmente sede di un caposaldo difensivo bizantino (il Castrum Tiberiacum), dotato di pieve (la pieve di S. Maria in Tiberiaci), posto lungo una linea di confine fortificata che doveva separare l’Esarcato dal Regno longobardo.

Le dinamiche insediative dopo il Mille

 

Nell’Appennino imolese e faentino, la principale novità insediativa, assieme allo sviluppo di due centri urbani in corrispondenza dell’affioramento evaporitico (Tossignano e Brisighella), è costituita dall’affermarsi su vasta scala del fenomeno dell’incastellamento: a differenza del precedente periodo bizantino non si tratta però di un processo legato ad una ubicazione della Vena nei pressi di un confine politico, bensì connesso ad una generalizzata situazione di insicurezza, a sua volta riconducibile alla latitanza, in un territorio come quello romagnolo all’epoca formalmente appartenente alla Chiesa, ma di fatto frazionato in una miriade di poteri comunali e signorie locali, di un forte potere centrale e di una forma statuale organizzata.

 

In risposta a tali esigenze di difesa, le principali cime della Vena (tra le altre citiamo Sassatello nella valle del Sillaro, Tossignano, la Riva di S. Biagio, Sassatello nella valle del Senio, Monte Mauro, Vedreto, Castelnuovo, Rontana, Varnello, Brisighella) diventarono sede di strutture fortificate.

Durante il Medioevo risulta inoltre documentata una sporadica frequentazione di alcune grotte: nel caso della Grotta del Re Tiberio è archeologicamente attestata l’attività di banditi e falsari.

Riguardo invece al paesaggio agrario, sebbene la Vena del Gesso non abbia mai ospitato colture estensive, il quadro che emerge dalle fonti scritte e dalla toponomastica medievali rimanda a un mosaico paesistico composto da pascoli, aree sottoposte alla ceduazione del bosco e castagneti, inframmezzati a rari campi di cereali e ad ancor più rari olivi.

Dal punto di vista fondiario, sino al Trecento nelle nostre vallate domina il latifondo, saldamente in mano a casati nobili; a partire da tale secolo, in seguito a scorpori e parcellizzazioni, fa la sua comparsa la piccola proprietà, e, dapprima timidamente e in seguito in maniera sempre più massiccia, inizia ad essere attestato il contratto agrario della mezzadria, che tanto sviluppo avrebbe poi conosciuto in Romagna tra età moderna e contemporanea.

Con il Tardo Medioevo aumentano infine le conoscenze in nostro possesso circa l’estrazione del gesso: sebbene in maniera implicita, gli atti notarili ci testimoniano una fiorente industria estrattiva nelle vallate del Santerno, Senio e Lamone, dedita specialmente alla produzione di gesso cotto.

La rocca di Monte Mauro e la pieve di S. Maria in Tiberiaci in una cartolina risalente agli inizi del Novecento.

Album Disegni Romolo Liverani. Veduta della rocca di Rontana.

La rocca di Brisighella.

La rocca di Tossignano.

L'età moderna

 

La stabilizzazione del quadro politico-amministrativo regionale e la definitiva inclusione della Romagna, a partire dal Cinquecento, all’interno dello Stato della Chiesa, si traducono, nella Vena del Gesso, in un’espansione del popolamento rurale e in una sistematica messa a coltura di ogni spazio disponibile, a scapito dell’incolto. Le fonti scritte del periodo rimandano ad un paesaggio maggiormente antropizzato rispetto al passato, caratterizzato soprattutto da seminativi. Il contratto agrario dominante è ora quello della mezzadria.

Merita un cenno particolare l’olivicoltura, già attestata con sicurezza, nella Vena del Gesso come in altri ambienti basso appenninici romagnoli, sin dal Medioevo. In tutto l’Appennino imolese e faentino, nel corso del Cinquecento, l’olivicoltura subisce un marcato ridimensionamento, con tutta probabilità correlabile ad un deciso peggioramento delle condizioni climatiche.

Sul piano insediativo, venute meno le necessità difensive e l’instabilità politica del periodo medievale, in età moderna la quasi totalità dei castelli dell’Appennino faentino perse la propria originaria funzione militare, venendo deliberatamente demolita e riducendosi rapidamente ad uno stato ruderale; ciononostante alcuni fortilizi della Vena del Gesso continuarono ad avere una qualche importanza, divenendo, come nel caso dei castelli di Rontana e Monte Mauro, rifugio di banditi (una vera e propria piaga dell’Appennino faentino in questa epoca).

In riferimento invece alla sfera estrattiva, con l’età moderna troviamo finalmente cenni espliciti relativamente alle cave ed alle fornaci, sia nelle fonti scritte che nella cartografia storica.

 

L’età contemporanea

 

In continuità con il trend instauratosi in età moderna, nel corso del XIX secolo la Vena del Gesso sperimenta molto probabilmente il periodo di maggiore antropizzazione della sua storia: sotto la spinta di una pluralità di fattori, tra cui la necessità di forza-lavoro e la conduzione quasi esclusiva a mezzadria, il popolamento rurale continua ad aumentare, la superficie coltivabile è estesa sino agli angoli più remoti e meno favorevoli, il bosco viene pressoché completamente “roncato”. Tale ipersfruttamento del territorio ebbe ovviamente delle conseguenze, in primis una moltiplicazione dei fenomeni di dissesto, ricollegabile alla riduzione della copertura vegetazionale.

Il Novecento segna invece una brusca inversione di tendenza. Il miglioramento delle comunicazioni e lo sviluppo industriale in area padana innescano un flusso migratorio via via crescente dall’Appennino verso la pianura. Masse di contadini e pastori si spostano dalle zone appenniniche più impervie (alto Appennino, ma anche Vena del Gesso) verso quella che chiamavano “la Bassa”, alla ricerca di poderi più produttivi, contratti mezzadrili più convenienti, occupazione in fabbrica. Il risultato finale di questo processo si materializza, già negli anni ’30 del Novecento, in un consistente e rapido spopolamento montano.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (il cui fronte, in conseguenza delle asperità morfologiche del nostro affioramento, stazionò a lungo, nell’inverno 1944, sui crinali della Vena del Gesso, causando tra l’altro la pressochè totale distruzione dell’area urbana di Tossignano), il processo di marginalizzazione proseguì, conoscendo una nuova acme tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 del Novecento in corrispondenza del boom economico italiano. Risale infatti a questo periodo una nuova fase di intenso spopolamento e di abbandono delle case rurali e persino di piccoli borghi, come nel caso di Crivellari (Riolo Terme).

Crivellari (Riolo Terme), borgo oggi quasi completamente abbandonato: particolare di una casa tradizionale costruita in blocchi di gesso in gran parte crollata.

L’azione congiunta di spopolamento, abbandono dei coltivi, riduzione della prassi del taglio forestale, pressoché totale scomparsa della mezzadria e del relativo paesaggio agrario della “piantata” (filari di viti maritate a olmi, aceri, roverelle), ha inoltre prodotto negli ultimi 60 anni una notevole variazione dei quadri ambientali della Vena del Gesso, portando ad un deciso ritorno del bosco sui pendii settentrionali e alla base delle pareti meridionali.

L’ultima variazione del paesaggio della Vena del Gesso risale agli ultissimi anni, e va individuata in un netto aumento degli oliveti: i motivi alla base di questo fenomeno vanno individuati nel fatto che si tratta di una coltura economicamente redditizia, legata ad un prodotto tipico (l’olio di Brisighella).

Dopo l’Unità italiana e la nascita di un’economia nazionale, l’attività estrattiva legata al gesso decollò, connotando la nostra zona come un vero e proprio distretto minerario.

Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo le cave della Vena del Gesso arrivarono ad essere una quindicina: si trattava di siti estrattivi nella totalità dei casi a cielo aperto, dotati nelle immediate vicinanze di fornaci dove il gesso veniva cotto e macinato, condotti con metodi artigianali e gestiti a livello familiare. Tra le più importanti, si segnalano in questo periodo a Borgo Tossignano la cava Paradisa e a Brisighella le cave del Monticino e quelle di proprietà Malpezzi.

Cava di Monte Tondo 1958. Archivio Olivier.

Cava di Monte Tondo 1964. Archivio Olivier.

Cava del Monticino, anni 50. Archivio Zerbato.

L’interno delle gallerie della cava Marana (Brisighella).

A partire dal Secondo Dopoguerra vi fu il trapasso da coltivazioni artigianali a coltivazioni propriamente industriali, sostituendo ad esempio la polvere nera con esplosivi da cava, sfruttando massicciamente l’energia elettrica e intraprendendo anche abbattimenti sotterranei del minerale. In particolare, gli anni ’50 del Novecento videro il potenziamento della cava “Marana” presso Brisighella (dal 1954 coltivata anche in galleria) e soprattutto l’apertura del sito estrattivo di proprietà ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili, colosso chimico ravennate) di Monte Tondo, presso Borgo Rivola (Riolo Terme), destinato a diventare in breve tempo il più importante della zona e uno dei maggiori d’Europa relativamente al gesso.

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